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“Una
rivoluzione in medicina”: la riforma sanitaria dei medici ammalati
Chiediamo
al Governo la nomina di una consulta ad hoc composta da clinici che, come
noi, abbiamo vissuto l’esperienza della malattia grave o invalidante, cui
affidare la stesura di un disegno di riforma della Sanità italiana vista
da chi ne conosce entrambi gli aspetti più qualificanti: quello
scientifico e tecnico, e quello della sofferenza umana.
Tale
riforma sarà da integrare col lavoro degli altri esperti del settore
socio-sanitario.
La
consulta avrà il compito di raccogliere i suggerimenti del più ampio
numero di medici ammalati italiani, dalla cui sintesi scaturiranno le
diverse raccomandazioni.
2.”La
cultura del confronto”:formazione ed umanizzazione della medicina
Dalla
sintesi che abbiamo potuto fare fra la nostra esperienza di clinici e
quella di ammalati, dopo cioè aver sperimentato su noi stessi cosa
significa essere colpiti da una grave malattia, il nostro primo pensiero è
per una maggiore umanizzazione della scienza medica.Non ignoriamo che da
qualche tempo la classe medica si impegna maggiormente in questo senso
rispetto al passato, né vogliamo negare che ci viene chiesto di
improvvisare capacità comunicative ed umane che nessuno ci ha aiutato a
sviluppare durante gli studi o nella professione. Tuttavia la qualità del
rapporto medico-ammalato è ancora affidata all’eventuale istintiva
predisposizione personale del curante, che non basta.
La
medicina va ricondotta ai principi del detto francese”curare spesso,
guarire qualche volta, consolare sempre”
Ciò
comporta per i medici un salto culturale di non poco conto, poiché essi
dovranno riportare la persona in primo piano rispetto alla patologia da
cui quella persona è affetta,. Saper trattare i bisogni umani del paziente
deve avere, per il medico, pari importanza e dignità rispetto alle sue
capacità di scienziato.
IL medico
dovrà sempre tenere conto che la malattia, specialmente se grave o
invalidante, spoglia la persona delle resistenze che normalmente la
proteggono nelle relazioni con il mondo esterno:una parola sbagliata può
ferire un ammalato in modo irreparabile, dunque l’ascolto attento e il
tatto nella comunicazione col paziente devono trovare spazio prioritario
lungo tutto l’iter terapeutico.
Vanno
inoltre eliminate dalla pratica medica le prognosi di aspettativa di vita
a tempo, poiché sempre emotivamente distruttive, oltre che poco
scientifiche.
I medici
dovranno contrastare il concetto che si vince la malattia:la malattia si
cura, ma i tanti che non guariranno non sono perdenti nella battaglia per
la vita, poiché vince solo l’ammalato che vive appieno il tempo che ha
davanti, qualsiasi esso sia.
Per tutto
questo chiediamo che si inserisca nei corsi di studi in medicina una
preparazione obbligatoria per formare i medici al rapporto umano con
l’ammalato
Inoltre,
auspichiamo che nella valutazione universitaria e professionale venga data
rilevanza, attraverso una opportuna selezione, all’attitudine dei futuri
medici per l’umanitarismo, in particolar modo in coloro che scelgono
specialità che li porteranno in contatto con ammalati gravi, cronici o
terminali.
La
medicina oltre a perseguire il suo scopo curativo deve ritrovare la sua
vocazione primaria: quella del conforto.
3.”Medico
di se stesso”: l’educazione all’essere pazienti.
Si
caldeggia il lancio di campagne nazionali di educazione all’essere
paziente, per facilitare il lavoro dei medici e dare più strumenti
agli ammalati
I
cittadini sono invitati, da sani, ad apprendere nozioni e comportamenti
che in caso di malattia propria o di un proprio caro faciliteranno tutto
il percorso sanitario a beneficio di se stessi e dei medici che li avranno
in cura
I punti
centrali:
1.Come
sapere scegliere il medioc più idoneo, per poi averne fiducia: il
cittadino deve essere messo in grado di capire quale presidio sanitario
specialistico è più indicato per il suo problema, e a quale figura
professionale rivolgersi. Infatti, partire nella direzione giusta
significa un più sereno affidamento nelle mani del medico prescelto che a
sua volta verrà messo in condizione di lavorare al meglio.Infine, una
scelta tempestiva nella giusta direzione può, in taluni casi, salvare la
vita stessa del paziente.
2.Come
vigilare sull’andamento delle proprie cure: il paziente deve imparare ad
essere protagonista, e cioè parte attiva e non solo passiva, del processo
diagnostico e terapeutico, mantenendo un controllo vigile su quanto gli
accade e allo stesso tempo aiutando i curanti a comprendere meglio
l’anamnesi, i sintomi, i risultati positivi o negativi delle terapie,
secondo il principio che ogni individuo è un caso a sé.
3.Come
meglio capire le difficoltà del medico e i limiti delle strutture, per
prevenire logoranti scontri, nonché l’abuso delle azioni legali: troppo
spesso i pazienti si percepiscono come vittime di inefficienze o di
maltrattamenti che in realtà non dipendono dal personale sanitario in sé,
ma solo dalle limitazioni organizzative, dagli intoppi burocratici o da
mancanze strutturali che complessivamente logorano la personalità del
medico o dell’infermiere e di cui essi non hanno colpe.Ancora più
frequenti sono i casi in cui una mancata comunicazione corretta o
semplicemente più umana fra sanitari ed ammalati dà origine ad un
eccessivo ricorso alle azioni legali contro i medici, frutto solo di
frustrazione e di evitabili incomprensioni
4.”La
salute non è un prodotto”:aziendalizzazione e personale sanitario
L’iter che
abbiamo sostenuto nel nostro viaggio attraverso la malattia ha avuto se
non altro una facilitazione, e cioè la possibilità da clinici noti quali
siamo di usufruire di ampi mezzi diagnostici, terapeutici e di ripetute
consulenze. Tutto ciò non sempre è disponibile al cittadino comune,
soprattutto a causa dei limiti di spesa delle strutture sanitarie italiane
oggi sottoposte ad una gestione aziendale , che si traduce tipicamente in
sempre maggiori tagli ai servizi.Questo va rettificato con urgenza.
Ribadiamo
con decisione che la salute non è un prodotto, e che non può essere
vissuta primariamente come un problema di costi e di risparmi nell’ottica
dell’efficienza aziendale.Siamo fortemente contrari all’aziendalizzazione
della Sanità intesa come l’applicazione delle regole del mercato alla
gestione della salute pubblica, che vede la tutela del cittadino ammalato
strangolata dalle necessità di bilancio.
Viviamo in
una situazione dove il medico è spesso vessato dai budget da rispettare e
ciò rischia di spingerlo verso scelte contrarie agli interessi di salute
dei pazienti
Questa
critica non implica il ritorno a una spesa sanitaria fuori controllo.Basata
razionalizzare le risorse là dove esistono i veri grandi sprechi, come ad
esempio l’odierna spartizione caotica o irrazionale di mezzi e spazi,
spesso realizzata per accontentare quel politico o quel medico secondo
logiche clientelari. Inoltre, va fatta una rigorosa verifica dei
cosiddetti paradossi del risparmio aziendale, là dove alcune scelte di
budget significano un risparmio di facciata che al contrario produce danni
alla salute pubblica che comporteranno costi futuri enormemente superiori
a ciò che si intendeva risparmiare.
Critichiamo in particolare la figura del manager aziendale sanitario. Le
motivazioni sono:
1.Il
manager, nominato dai politici,ricade inevitabilmente nella logica di
appartenenza partitica, e tende a portare all’interno della sanità tutti i
guasti della politica più deteriore.
2.La
scelta dei primari è fatta dai manager con troppa arbitrarietà, e sovente
vengono premiati medici fidelizzati alla corrente politica che ha espresso
il dirigente aziendale, costoro non sono necessariamente i più idonei al
ruolo, a scapito della salute dei pazienti.Auspichiamo il ritorno a una
selezione dei primari su base meritocratica a seguito di concorsi rigorosi
3.La
cosiddetta “strategia aziendale” , insindacabile, è usata dal manager per
giustificare scelte discutibili anche a fronte dell’aperto dissenso dei
medici
4.L’eccessivo potere dei politici e dei loro manager all’interno della
sanità ha creato un clima dove rischia di trovare spazi il clientelismo, e
dove a volte i sanitari si trovano costretti a rischiare la propria
carriera nel contrastare politiche che ritengono deleterie.Tuttavia pochi
di loro accettano tali rischi, e chi ne soffre saranno gli ammalati
L’efficienza aziendale nella Sanità non deve gravare sul personale
sanitario con eccessive mansioni burocratiche, che oggi gli sottraggono
tempo da dedicare agli ammalati.
Infine,
volgiamo sottolineare che sovente gli orari di lavoro imposti oggi ai
medici ospedalieri, ai più giovani in particolare, sono eccessivi ed
esasperanti, e ciò contribuisce alla loro eventuale mancanza di capacità
umana nei contati con i pazienti.A questo proposito chiediamo che nei
calcoli aziendali dei tempi dell’attività ambulatoriale e diagnostica
siano specialmente previsti anche i tempi del colloquio col paziente: di
nuovo, la logica dell’efficienza aziendale non deve sottrarre qualità
umana al rapporto medico-paziente.
Riteniamo
che un sistema sanitario nazionale pubblico efficiente e scientificamente
all’avanguardia sia imprescindibile, e cioè un diritto e dovere di cui
ogni singolo cittadino deve essere consapevole e partecipe sostenitore
5.”Come,
dove, da chi mi curo?”: aiutare i pazienti a scegliere il meglio
Un altro
aspetto privilegiato della nostra condizione di medici ammalati è che il
sapere scientifico di cui siamo in possesso ci ha permesso di saper
discriminare le opzioni terapeutiche più efficaci e all’avanguardia da
quelle poco utili per il nostro caso, e di affidarci ai migliori
specialisti italiani o stranieri.
Mettendoci
nei panni della maggioranza degli ammalati che non posseggono quelle
importanti prerogative, vorremmo che divenisse diritto fondamentale di
ogni cittadino poter scegliere il meglio nella ricerca delle cure a lui
necessarie, specialmente là dove è in gioco la sua stessa sopravvivenza.
Oggi
purtroppo il paziente comune è costretto a scelte di ospedali o di
specialisti basate sul caso, sul sentito dire, oppure su notizie poco
scientifiche riportare dai mass media, e persino sulle mode correnti.
E’
prioritario:
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Che il nostro Paese si
doti di un set di parametri obiettivi sanciti dal ministero della sanità
per valutare la validità clinica dei luoghi di cura e degli specialisti.
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2. Che un organo super
partes appositamente istituito dal Ministero della sanità vagli
annualmente, sulla base di quei parametri, ogni struttura ospedaliera e
i relativi specialisti e ne estragga una graduatoria di merito (o
eccellenza) per il trattamento delle singole patologie.Tale graduatoria
dovrà essere resa pubblica e periodicamente aggiornata, così da poter
essere consultata con facilità dai pazienti in collaborazione con i loro
medici di famiglia.
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3.Le strutture o gli
specialisti che sulla base delle valutazioni di merito così organizzate
dovessero risultare al di sotto del livello considerato scientificamente
e umanisticamente accettabile dovranno adeguarsi,o saranno chiuse (le
strutture) e rimossi (gli specialisti). In particolare , riteniamo che
l’inamovibilità del medico debba venir meno, sia in ambito universitario
che ospedaliero
6.”L’altra
metà del cielo”:il personale infermieristico
Degli
infermieri si parla troppo poco rispetto all’importanza che rivestono
nell’organizzazione sanitaria.Essi sono sovente sotto organico e
sottopagati, e lamentano una discrepanza acuta fra la figura
professionale che rappresentano e le mansioni che svolgono.
Infatti, a
fronte della richiesta che gli viene fatta di sempre maggiore
specializzazione attraverso il conseguimento di lauree cosiddette brevi,
gli infermieri si trovano nella pratica quotidiana a doversi occupare di
mansioni a tutto campo e sovente al disotto della loro qualifica
professionale.Tutto questo comporta riflessi negativi di non poco conto
sulla salute dei pazienti e sul funzionamento dei reparti
Vanno
dunque potenziati gli organici e va razionalizzata la distribuzione degli
incarichi a seconda delle varie professionalità.Se si ponesse il problema
delle risorse salariali, si sottolinea che a fronte di carenze
infermieristiche vi è nella pubblica Sanità un eccesso di personale
amministrativo
7.”Non
dormi, non riposi, mangi male, non sei più te stesso”:le strutture
fatiscenti
Ad
alcuni di noi, a dispetto degli indubbi privilegi che l’essere medici ci
ha garantito, è però capitato di trovarsi per alcuni periodi di ricovero
in strutture fatiscenti, in camere a sei posti e con un unico servizio
igienico, dove la notte non si dormiva, dove non vi era un minuto di
privato per stare con in propri cari e perciò la depressione per la
malattia non trovava un attimo di sollievo, dove infine ci si sentiva
deumanizzati e non più se stessi.
Non è più
ammissibile che con i mezzi attuali ancora così tanti luoghi di ricovero,
specialmente quelli per ammalati oncologici o cronici, siano così
inospitali, talvolta persino strazianti.Sappiamo, perché lo abbiamo
vissuto sulla nostra \pelle, quanto incida nella riuscita delle terapie la
disposizione psicologica dell’ammalato, che nella struttura deve trovare
un ausilio e non una barriera architettonica penosa, quando non
demolitivi, per sé e per i suoi cari
Per tali
motivi auspichiamo che gli ospedali italiani si dotino di condizioni di
degenza assai migliori, ma anche, ove sia possibile, di maggiori svaghi ed
intrattenimenti, che assieme ad una alimentazione più appetitosa
incoraggino la ripresa fisica e un senso di benessere.
L’impennata dei costi sanitari che una simile ristrutturazione nazionale
richiederebbe deve essere affrontata dalla collettività dei cittadini,
necessariamente attraverso una scelta consapevole e con inevitabili
rinunce in altri settori della vita pubblica.Sta agli italiani farsene
carico, nel proprio interesse.
A breve
termine, sarà sicuramente utile potenziare la domiciliazione dei ricoveri
quando possibile, che è assai spesso l’opzione più desiderata da chi si
trova colpito da una malattia seria
8.”La
medicina strillata”:il danno che i mass media arrecano alla pratica medica
Non
possiamo omettere da queste raccomandazioni un accenno al ruolo dei mass
media nella divulgazione medica.
Per una
serie di motivi-fra cui la superficialità di taluni giornalisti, la loro
ricerca dello scoop
A tutti i
costi, ma anche i pochi scrupoli di alcuni ricercatori, capita sempre più
di frequente che i delicati passi avanti nella complicatissima ricerca
scientifica in medicina venano ripresi e rilanciati dai mezzi di
comunicazione di massa come nuove, imminenti e rivoluzionarie cure per le
patologie più gravi.In tal modo si illude il cittadino ammalato con
speranze di guarigione irrealistiche ed assai dannose.
Infatti,
la frustrazione che regolarmente segue alla immancabile scoperta da parte
del paziente che si trattava di novità scientifiche non risolutive o,
peggio, proiettate in un futuro ancora lontano, si riversa sui medici
curanti creando difficoltà talvolta drammatiche.
Facciamo
appello ai professionisti della stampa e delle televisioni e ai colleghi
ricercatori affinché usino maggior discernimento e minor sensazionalismo
nella divulgazione delle scoperte in campo medico
9.”Un’arma
a doppio taglio”:la ricerca farmaceutica
Il nostro
cammino attraverso la malattia è stato reso possibile in misura non
indifferente dalle terapie farmacologiche che ci sono state offerte.Alcuni
di noi devono la vita a quei farmaci e su di essi ancora contano per non
cedere alla malattia
Ci
rendiamo conto che per altri pazienti le cose non sono state egualmente
felici, e non solo per il già citato problema dell’accesso non sempre
garantito alle terapie più innovative, ma anche perché può capitare che i
farmaci proposti siano inutili o addirittura dannosi.Incidenti di questo
tipo, in particolare quando coinvolgono individui che lottano per la vita,
sono inammissibili.
Proprio
perché non vi è dubbio che la ricerca farmaceutica rivesta un’importanza
centrale in medicina, e riconoscendo i meriti di chi sia in ambito
pubblico che privato lavora per dotarci di terapie sempre più efficaci,
auspichiamo però che si ponga un limite di pubblico controllo ad alcuni
aspetti deteriori in questo settore, quali:
1.La
cultura del consumismo farmaceutico portata all’eccesso da parte di molti
cittadini, i quali riversano sui medici curanti l’aspettativa che per ogni
problema di salute si possa intervenire con l’uso dei farmaci, , piuttosto
che privilegiare i cambiamenti di stile di vita o la prevenzione
2.L’aggressività del moderno marketing del farmaco, spinto con il noto
potere delle grandi aziende farmaceutiche, che negli ultimi decenni ha
raggiunto dimensioni straordinarie, e ha purtroppo dato origine a episodi
di corruttela ai danni della pubblica salute.Le cronache italiane e
internazionali ne sono testimoni.
3.Chiediamo inoltre che la ricerca pubblica per i farmaci venga potenziata
e che si formuli un disegno di legge che obblighi le aziende farmaceutiche
a rendere noti tutti gli studi clinici sui farmaci che mettono in
commercio, affinché gli esperti della pubblica sanità possano controllarne
l’effettiva sicurezza ed efficacia, garantendo meglio la salute del
cittadino
10.”Una
questione di civiltà”: curare chi non può essere più curato
Mancano
nel nostro Paese una cultura e una pratica medica di importanza capitale:
l’accompagnamento dei morenti.
Da
ammalati gravi, abbiamo compreso la stoltezza di un vivere che mai si
occupa della sua parte più cruciale, più penosa, più imponente: il morire.
E’ infatti
assurdo che l’essere umano si danni per pianificare ogni cosa tranne ciò
che più lo metterà alla prova. Ed è parimenti inaccettabile che la scienza
medica ancora stenti a prestarsi alla cura delle ultime fasi della vita,
quelle che necessitano di maggior perizia e tatto proprio da un punto di
vista scientifico e umano.
Tutta la
formazione in medicina, dall’insegnamento al tirocinio fino alla
specializzazione, inculcano nel giovane medico il concetto di cura
finalizzato alla guarigione o al contenimento della malattia.Ne deriva un
impianto mentale secondo cui la professione medica trova il suo unico
senso d’essere là dove è ancora possibile praticare terapie miranti a
ciò.Infatti, quando il paziente si presenta ormai incurabile è pratica
diffusa che i sanitari pronuncino le note parole”non c’è più nulla da
fare”
Ci
opponiamo fortemente e scientemente a questa impostazione della medicina,
poiché sappiamo che, al contrario, nel momento della terminalità della
malattia esiste un ampio ed essenziale spettro di interventi medici,
scientifici e umani in grado di alleviare e di accompagnare la persona a
una fine dignitosa.Infatti, volgiamo affermare che proprio nella fase
della perdita delle speranze di sopravvivenza di un paziente, il ruolo
della medicina specialistica diviene ancora più centrale; anzi, essa
assurge al suo ruolo più nobile.Stiamo parlando della medicina palliativa
e delle strutture dove essa è meglio praticata, gli hospice.La ricerca
scientifica ha oggi portato tale specialità a un livello di sofisticazione
e di efficacia tali da poter , nella sua applicazione più avanzata,
alleviare totalmente o in gran parte tutte le sofferenze associate alla
terminalità, in primo luogo il dolore, ma anche gli altri sintomi più
importanti come la dispnea, la nausea, i problemi del decubito, il
discomfort, e altri.Inoltre, essa sa affrontare i non meno importanti
sintomi psicologici che accompagnano la fine della vita, secondo il
principio che va alleviata la sofferenza globale del morente, il che
include anche la presa in carico delle difficoltà e delle angosce dei suoi
familiari.
Per
ottenere ciò, la medicina palliativa lavora in team affiatati composti da
medici di varie specialità, psicologi, assistenti sociali, religiosi, e
altre figure terapeutiche.
Anche se
queste cure possono essere applicate nelle strutture ospedaliere, esse
trovano la loro migliore pratica all’interno degli hospice, di cui
l’Italia, nonostante esista un piano nazionale per la loro
edificazione (se ne contano poche decine a fronte dei più di 400 operanti
in Gran Bretagna).Auspichiamo il potenziamento urgente di tali luoghi di
cura, costruendoli ex-novo o traendoli dalla riconversione di strutture
sanitarie ridondanti.
Chiediamo
inoltre che si introducano anche in Italia i testamenti biologici con
apposito disegno di legge che gli doni validità legale.In essi la persona
ancora sana indicherà, in caso di grave malattia e di concomitante
incapacità di comunicare con il mondo esterno, quali trattamenti medici o
accanimenti terapeutici vorrà evitare.Questo è di fondamentale utilità sia
per i sanitari che per i familiari, oltre che per la persona medesima,
poiché ogni medico conosce il dramma di situazioni dove nessuno è più in
grado di capire quale sia il volere dell’ammalato in condizioni critiche,
cosa che si trasforma sovente in attriti logoranti con i familiari o
addirittura nel ricorso di questi ultimi alle denunce contro medici e
ospedali.
In
conclusione il tema dell’eutanasia.
La nostra
posizione si riassume nell’invito alla classe medica e soprattutto ai
nostri legislatori a fornirci di ogni mezzo per accompagnare adeguatamente
e dignitosamente chi muore verso il suo destino, e ad assistere con
premura i suoi familiari.Siamo convinti che se ciò fosse fatto nella
pienezza degli odierni messi disponibili, le richieste di eutanasia
diverrebbero pressoché irrilevanti.
Infatti,
non ha senso discutere di morte assistita quando ancora ai morenti
sono negati i mezzi più basilari per sfuggire alla sofferenza ed al dolore.Il
dibattito dovrebbe essere condotto solo dopo che ad essi sia stata
garantita quell’assistenza straordinariamente efficace che ancora oggi in
Italia non c’è.
Una
cultura dell’accompagnamento nelle ultime fasi della vita è un fatto di
civiltà
Sandro
Bartoccioni
Gianni Bonadonna
Francesco Sartori
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